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ACQUE PROFONDE

La partita perfetta. E’ uno zero a zero serale giocato con buona intensità negli ultimi giorni di agosto: stadio pieno, un rigore fallito dalla mia squadra, qualche brivido, reti bianche. A freddo, verso mezzanotte, al mio rientro a casa, Deborah dirà “Eri diverso amore”. La mia partita perfetta. Si eleva al cubo sopra tutte le mie performance sportive: le fa sembrare piccole, insignificanti tanta è l’intensità dell’emozione percepita in novanta minuti di gioco; o magari mi sbaglio, la prospettiva che utilizzo è inopportuna se non che è meglio considerare questo monolite emozionale la somma delle esperienze domenicali sulle quali ho costruito il mio percorso calcistico giunto a tanta potenza. A detta di tutti fui il migliore in campo, senza alcun minimo dubbio: uomo partita per i telecronisti, migliore in campo per i quotidiani e per le migliaia di anime presenti. Difficile che la casualità si sia insinuata nel posto giusto al momento giusto, più probabile che la ricerca del sublime che solo da bambino avevo accarezzato si sia compiuta a 31 anni suonati dopo un tortuoso cammino nel calcio professionistico. Tra le leghe minori e il massimo campionato italiano ho disputato centinaia di partite: alcune pessime da dimenticare, incenerire. Altre mediocri, fiacche e sottotono. La maggioranza nella media delle mie possibilità; diverse prestazioni buone altre ancora eccellenti. Ma mai nessuna, si avvicina minimamente alla mia partita perfetta. ll suo valore non sfiora la consapevolezza; la oltrepassa trascinandone il limite ad un livello superiore, interiore, a tratti incomprensibilmente vero. Il Flusso. Come se fosse un episodio chiave o un momento sensibile della vita impossibile da ignorare, la totale connessione mente corpo percepita mi ha aperto strade imprevedibili e sorprendenti. E nonostante la mia partita perfetta si stagli nel panorama calcistico mondiale come il nulla o quasi, l’universo personale è stravolto: non tanto per le conseguenti scelte tecniche dell’allenatore e della società ma per il solo e semplice fatto di essere giunto all’apice assoluto delle mie possibilità, lo zenit mentale e fisico che ha dato senso al cammino calcistico intrapreso a vent’anni. In passato, avevo sfiorato seppur per qualche secondo, attimi di gratificazione estrema, e più mi imbattevo nel loro ricordo, più alimentavo il turbine di domande su di esso. Che cosa stavo cercando? Qual è il canale attraverso il quale poter rivivere quelle esperienze? Forse la fatica? Che cosa volevo rivivere, l’essenza del gioco e la sua riduzione estrema ai termini minimi? In quale remoto angolo inconscio ho sepolto il piacere puro per il calcio che le esperienze della vita mi hanno costretto a mettere da parte? Le domande si sciolgono in una risposta lapidaria. La mia partita perfetta non equivale al visibile notato dalle trentamila anime presenti: i tackle precisi, i recuperi, le corse, i lanci o i passaggi sono solo un riflesso automatico di uno stato d’animo interno estremo, ovvero l’assenza. Assenza o quasi di pensieri superflui, di preoccupazioni o ansie particolari; viene a mancare perfino lo stress positivo delle mie migliori giornate, sostituito da una tranquillità ai confini con la pace verso se stessi e l’ambiente circostante che sento sottomesso al mio controllo emotivo. E l’assenza spinge la concentrazione ai massimi livelli del qui ed ora dove il tempo appare liquido e il piacere intrinseco nello svolgere il mio lavoro si trasforma in una commovente ebrezza sottopelle. La gratificazione, impagabile, è la chiusura di un capitolo della mia vita durato quasi quattordici anni. La mia partita perfetta è una spontanea immersione nelle acque profonde di una beata solitudine. “Eri diverso amore” dirà mia moglie a freddo, al mio rientro a casa verso mezzanotte. 

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